Sutton-Smith,
noto negli anni Cinquanta e Sessanta per i suoi studi sugli adulti e
i bambini alle prese col gioco, osservò che la gran parte delle
persone quando gioca sente una maggiore autostima rispetto al
normale, più energia fisica e forti emozioni positive, come
l’entusiasmo e la curiosità. È il perfetto contrario della
depressione. Le persone clinicamente depresse sentono di non avere
l’energia necessaria per affrontare le cose di tutti i giorni. Sono
molto pessimiste, in particolare per quel che riguarda le loro doti e
capacità, e non provano emozioni positive.
Sutton-Smith portò avanti gran parte delle sue ricerche quando ancora la tecnologia non permetteva a lui e ai suoi colleghi di esaminare il cervello di un paziente alla ricerca di flussi sanguigni e tratti comuni che si potessero associare al benessere e ai disturbi mentali, e lavorò anche molto tempo prima dell’esplosione dei videogiochi. Grazie a una serie di studi – sempre di più, negli ultimi tempi – oggi sappiamo che la sua intuizione, la tesi per cui l’opposto del gioco è la depressione, è una perfetta descrizione neurologica per descrivere cosa succede a questi 1,2 miliardi di persone che usano i videogiochi. Negli ultimi anni sono stati realizzati molti studi scientifici sui videogiocatori. I risultati di questi studi mostrano che quando giochiamo ai videogiochi, due parti del cervello vengono stimolate costantemente e con intensità: quella associata alle motivazioni e al raggiungimento degli obiettivi (quella a cui si fa riferimento con “sistema della ricompensa” o della “gratificazione”) e quella associata all’apprendimento e alla memoria (cioè l’ippocampo). Quelle due parti del cervello, l’ippocampo e la regione della ricompensa, sono le stesse due parti cronicamente sottostimolate in chi è clinicamente depresso. Col tempo addirittura diventano più piccole. In altre parole: giocare ai videogiochi è letteralmente l’opposto della depressione. Quando la parte della ricompensa non è stimolata, non vediamo nessun potenziale successo davanti a noi. Il risultato è che siamo pessimisti, senza motivazioni per fare qualsiasi cosa. Inoltre una riduzione del flusso sanguigno verso l’ippocampo – per non parlare di un restringimento della sua materia grigia – è associato con difficoltà di apprendimento e di elaborazione delle strategie e degli strumenti che servono ad affrontare le difficoltà. Questo fa diventare complicato migliorare in qualsiasi cosa, oltre a renderci depressi. A questo punto, non stupisce che diversi studi scientifici nel tempo abbiano mostrato l’esistenza di un legame tra i videogiochi – soprattutto in chi li usa per più di 20-30 ore la settimana – e la depressione. All’inizio i ricercatori pensavano che i videogiochi causassero la depressione, ma oggi l’interpretazione più comune tra i ricercatori che ho consultato è che molti videogiocatori depressi trovano sollievo in quell’attività: lo fanno per tentare di curarsi. Quando giocano si sentono così sollevati che più si sentono depressi e più giocano.
Sutton-Smith portò avanti gran parte delle sue ricerche quando ancora la tecnologia non permetteva a lui e ai suoi colleghi di esaminare il cervello di un paziente alla ricerca di flussi sanguigni e tratti comuni che si potessero associare al benessere e ai disturbi mentali, e lavorò anche molto tempo prima dell’esplosione dei videogiochi. Grazie a una serie di studi – sempre di più, negli ultimi tempi – oggi sappiamo che la sua intuizione, la tesi per cui l’opposto del gioco è la depressione, è una perfetta descrizione neurologica per descrivere cosa succede a questi 1,2 miliardi di persone che usano i videogiochi. Negli ultimi anni sono stati realizzati molti studi scientifici sui videogiocatori. I risultati di questi studi mostrano che quando giochiamo ai videogiochi, due parti del cervello vengono stimolate costantemente e con intensità: quella associata alle motivazioni e al raggiungimento degli obiettivi (quella a cui si fa riferimento con “sistema della ricompensa” o della “gratificazione”) e quella associata all’apprendimento e alla memoria (cioè l’ippocampo). Quelle due parti del cervello, l’ippocampo e la regione della ricompensa, sono le stesse due parti cronicamente sottostimolate in chi è clinicamente depresso. Col tempo addirittura diventano più piccole. In altre parole: giocare ai videogiochi è letteralmente l’opposto della depressione. Quando la parte della ricompensa non è stimolata, non vediamo nessun potenziale successo davanti a noi. Il risultato è che siamo pessimisti, senza motivazioni per fare qualsiasi cosa. Inoltre una riduzione del flusso sanguigno verso l’ippocampo – per non parlare di un restringimento della sua materia grigia – è associato con difficoltà di apprendimento e di elaborazione delle strategie e degli strumenti che servono ad affrontare le difficoltà. Questo fa diventare complicato migliorare in qualsiasi cosa, oltre a renderci depressi. A questo punto, non stupisce che diversi studi scientifici nel tempo abbiano mostrato l’esistenza di un legame tra i videogiochi – soprattutto in chi li usa per più di 20-30 ore la settimana – e la depressione. All’inizio i ricercatori pensavano che i videogiochi causassero la depressione, ma oggi l’interpretazione più comune tra i ricercatori che ho consultato è che molti videogiocatori depressi trovano sollievo in quell’attività: lo fanno per tentare di curarsi. Quando giocano si sentono così sollevati che più si sentono depressi e più giocano.
Nessun commento:
Posta un commento
cosa ne pensi?